Accordo italia cina import olio extravergine di qualità

Olio: Cina scopre la qualità superiore e chiede 'oro giallo' italiano.

Il buon esempio per la tutela del made in Italy viene dalla Cina.

La Cina ha fame di olio italiano, ma di qualità. I cinesi infatti, anche a seguito di alcune vicende che hanno suscitato molto clamore (come la vendita da parte di operatori cinesi di olio di sansa come extravergine), chiedono più tutela per l'origine e l'etichettatura trasparente: quindi tracciabilità del prodotto. Anche per questo un recente accordo tra il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali e l'Aqsis (Amministrazione generale per la supervisione della qualità l'ispezione e la quarantena) della Repubblica Popolare Cinese ha reso più efficaci i controlli di qualità sull'olio d'oliva, attraverso una maggior scambio di informazioni e know-how tra i dipartimenti competenti al fine di assicurare un miglior coordinamento.

Polemiche e scambi di accuse reciproche prepararono il terreno a una sorta di blocco all'import che, di fatto, ha frenato l'apertura di un mercato molto promettente. Cresceva a doppia cifra con un buon giro d'affari, 15,5 milioni nel 2011. Poi il rallentamento, inevitabile, in attesa di chiarimenti e di una svolta, che adesso sembra molto vicina e alle quali le autorità italiane in Cina hanno lavorato senza mai mollare la presa.

Chi segue il mercato cinese dei prodotti stranieri lo sa bene, dopo il vino, è la volta dell'olio d'oliva. I cinesi iniziano ad apprezzarne il gusto, con tutte le tappe intermedie legate all'evoluzione della cultura alimentare, non sempre lineare.Non è infrequente che a tavola i commensali se ne versino un po' sul palmo delle mani per renderle più morbide, facendone un uso quasi taumaturgico, mentre, al contrario, il profumo della spremitura a freddo fa ancora arricciare il naso ai più .Ma in un contesto sociale in cui l'ossessione per la sicurezza alimentare spinge verso il consumo di cibi a prova di sofisticazioni, l'olio di oliva ha un posto d'onore sulla tavola dei cinesi che vogliono nutrirsi bene, con prodotti sani. La tracciabilità del prodotto conviene a tutti, a chi produce e vende e a chi compra e consuma. 

La Cina, che ha fame di olio ma di qualità, si avvia a diventare come il Giappone un Paese in grado di apprezzare prodotti estranei alla tradizione locale ma considerati buoni per la salute alimentare.

Nell'accordo cè un codice di condotta che, una volta firmato e in vigore, dovrà funzionare da diga contro le frodi sull'olio di oliva importato dall'Italia. Nove articoli buoni a chiudere mesi di tensioni montate due anni fa quando alcune partite di olio provenienti dall'Italia furono bloccate in dogana, a Shanghai, perché le analisi di laboratorio avrebbero dimostrato che il prodotto non era completamente originale.

Nella classifica dei paesi fornitori della Cina, secondo i dati Unaprol, l'Italia occupa il secondo posto, subito dopo la Spagna, con una quota di mercato che, nel 2013 ha raggiunto un livello del 21%.

E anche se nel 2013 i flussi destinati alla Cina hanno subito una contrazione del 7% (considerando gli oli vergini) rispetto al 2012, l'analisi dei dati in valore, evidenzia una progressione del 16% sempre nel confronto 2013/2012 e con riferimento agli oli vergini. Insomma, il made in Italy è sempre più sinonimo di qualità e non perde la sua forza di attrazione, anzi. L'accordo Italia-Cina sull'olio contiene anche l'offerta da parte italiana di attività di formazione di esperti cinesi preposti ad effettuare i controlli di qualità dell'olio d'oliva italiano. Tale formazione contribuirà a rilanciare l'export italiano verso la Cina nel settore dell'olio d'oliva anche attraverso la partecipazione delle associazioni di categoria e dei consorzi.

 

 

 

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